<link rel="stylesheet" href="//fonts.googleapis.com/css?family=Roboto%3A400%2C400i%2C700">Chi ha diritto alla pensione — sociale, minima, di reversibilità e di anzianità con 10, 15, 20 anni di contributi
Diritto alla pensione

PENSIONI: COSA CAMBIA DOPO LA RIFORMA 2019

Le novità introdotte dalla recente riforma delle pensioni, voluta dal governo a duplice trazione Lega-5 Stelle, hanno determinato alcuni cambiamenti nel calcolo delle spettanze previdenziali per molte categorie di cittadini.

Proviamo a capire in che modo, analizzando i principali casi di specie.

Cenni introduttivi

A parte l’ormai celebre Quota 100, la riforma ha introdotto alcune novità sostanziali pronte a essere applicate sul breve o medio periodo.

Beninteso, non sono in discussione né il diritto alla pensione delle fasce deboli, né le tutele dei lavoratori e dei contribuenti, cambia invece la distribuzione del gettito complessivo dei fondi destinati alla previdenza sociale.

Pensione minima: aumenti in arrivo

Buone notizie per gli aventi diritto a un’integrazione al trattamento minimo, meglio conosciuta come pensione minima.

Una delle novità in procinto di essere ratificate dalla riforma pensionistica riguarda infatti proprio l’entità delle singole elargizioni mensili di questa specifica categoria.

Attualmente, chi ha diritto alla pensione minima riceve dallo Stato circa 513 euro al mese (con un piccolo aumento rispetto ai 507 euro del 2018, dovuto alla perequazione) per un totale di 13 mensilità: nel mese di dicembre, infatti, è prevista una mensilità doppia.

All’interno del pacchetto di riforme che include pensioni e reddito di cittadinanza, è stato incluso un articolo che prevede l’innalzamento della soglia minima a 780 euro.

Cosa cambia per il cittadino

Bisogna specificare che tale provvedimento non investe la totalità degli aventi diritto alla pensione minima: attualmente i beneficiari, stabiliti secondo criteri di necessità, sarebbero intorno al mezzo milione.

Si tratta, in ogni caso, di un punto sul quale Lega e Movimento 5 Stelle hanno trovato da subito una solida convergenza di intenti.

Entrambi i partiti, infatti, hanno fondato il loro consenso elettorale proprio sulla promessa di una più equa distribuzione del denaro pubblico, con un occhio di riguardo soprattutto nei confronti delle classi meno abbienti.

Accettabili condizioni di dignità

A questo elemento di natura, per così dire, elettorale, ne va aggiunto un altro di ordine tecnico-finanziario.

Da tempo, infatti, negli ambienti finanziari si parla di adeguamento del trattamento previdenziale alle mutate condizioni economiche generali del paese, utilizzando come primo parametro di riferimento il costo della vita.

Chi ha diritto alla pensione minima

I 513 euro

Proprio prendendo in esame questo criterio, appare evidente che i 513 euro delle attuali pensioni minime non configurano delle accettabili condizioni di dignità e capacità di autosostentamento che un buon sistema previdenziale dovrebbe contemplare per qualsiasi categoria di cittadini.

L’innalzamento della soglia minima della pensione dovrebbe svolgere proprio questa funzione: dotare i cittadini di una rendita pensionistica in grado di soddisfare i loro bisogni primari e garantirgli un’esistenza dignitosa.

Con tale provvedimento, si spera inoltre di incrementare il potere d’acquisto delle fasce deboli, con ricadute positive sull’intero sistema economico.

Piccolo memorandum

Giova ricordare, a questo punto, che la pensione minima viene erogata a tutti i contribuenti che non hanno maturato i requisiti necessari a garantirsi il raggiungimento di un determinato importo mensile, stabilito annualmente dall’INPS.

Le ragioni di questo mancato raggiungimento possono essere molteplici, ma sono tutte più o meno riconducibili a percorsi lavorativi intermittenti o accidentati, che hanno impedito al cittadino di versare tasse con continuità fino a raggiungere una soglia di contributi congrua.

Detto in altri termini

Con 10 anni di contributi ho diritto alla pensione come qualsiasi altro cittadino, ma questa sarà con ogni probabilità di entità molto ridotta, a meno che in quei 10 anni io non abbia guadagnato molto denaro e dunque pagato cifre cospicue di tasse.

I criteri adottati dall’INPS sono infatti proporzionati al numero di anni di contributi, ma anche all’entità di questi ultimi: pertanto, con 15 anni di contributi si ha diritto alla pensione esattamente come chi ha maturato solo 10 anni, ma l’ammontare del mio assegno può essere anche inferiore se il totale dei miei contributi è stato inferiore.

Nessuna distinzione in base agli anni di contributi

In ogni caso, per quanto riguarda il trattamento integrativo minimo, l’INPS non fa nessuna distinzione: non importa, cioè, se la storia del contributore è più o meno lunga.

Ciò che conta è l’essere titolare di una pensione (e dunque aver versato dei contributi, pochi o tanti che siano, per pochi o molti anni) e non riuscire a raggiungere con questa la succitata soglia dei 513 euro.

In questi casi, a prescindere dalla storia contributiva del pensionato, l’istituto interviene erogando un assegno mensile pari alla cifra necessaria a colmare il gap.

Ad esempio, se con 20 anni di contributi ho diritto alla pensione ma per una cifra di 300 euro mensili, l’INPS mi beneficerà della mia pensione e di un assegno integrativo di 213 euro, in modo tale da raggiungere la soglia minima di dignità prevista dall’istituto stesso.

Pensioni di anzianità: la novità Quota 100

Come già accennato, la cosiddetta Quota 100 è stata sin dall’inizio uno dei capisaldi inviolabili della riforma delle pensioni elaborata dall’attuale governo.

Essa infatti costituisce, insieme all’introduzione del reddito di cittadinanza, la novità più significativa (oltre che la più ampiamente dibattuta) dell’ultima manovra economica.

In particolare, tale modifica del sistema pensionistico va ad agire sull’età pensionabile e riscrive di fatto le coordinate del diritto alla pensione di anzianità, nel tentativo di porre un argine significativo al progressivo spostamento in avanti della stessa, fenomeno che negli anni stava assumendo i caratteri dell’irreversibilità.

Cosa comporta questa quota

Nello specifico, la manovra conosciuta come Quota 100 prevede la possibilità di andare in pensione per tutti i cittadini che abbiano compiuto 62 anni di età e versato almeno 38 anni di contributi.

Il numero 100 sta infatti a indicare la somma di queste due soglie minime, che sono inviolabili e non negoziabili tra loro. Detto in altri termini: 60 anni di età + 40 anni di contributi è una combinazione che non ha il medesimo valore.

La possibilità per i lavoratori dipendenti

Questa possibilità è stata pensata principalmente per i lavoratori dipendenti titolari di un contratto a tempo determinato, oltre che per impiegati e funzionari pubblici.

Si tratta, infatti, delle categorie di impiego più facilmente inclini a raggiungere i requisiti summenzionati, grazie anche alla continuità contrattuale che caratterizza le loro posizioni lavorative.

Duplice scopo della riforma è quello di sollevare i lavoratori dall’usura di mansioni non sempre facili da sostenere una volta oltrepassata una certa età, e al tempo stesso favorire il turnover in determinate posizioni.

Lo stato delle cose

Verso la fine dello scorso gennaio, l’INPS ha pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale un primo resoconto sulle domande di pensione con il sistema Quota 100 giunte presso l’istituto.

l genere dei richiedenti

I primi dati riguardano la ripartizione per tipologia di impiego dei facenti domanda: su un totale di 102.965 richieste, il quadro che si presenta è il seguente:

Tipologia di gestioneNumero di richieste
Lavoratori dipendenti36.310
Lavoratori della Pubblica Amministrazione35.835
Operatori dei settori spettacolo e sport372
Commercianti8.506
Artigiani8.940
Lavoratori del settore agricoltura1.974
Gestione separata106
Fondi speciali4.643
Cumulo6.279

L’età dei richiedenti

Un altro dato interessante riguarda l’età dei richiedenti, che spesso tende a spostarsi ben oltre i 62 anni. Rimane da verificare se nei prossimi anni questo dato tenderà a spostarsi sempre più verso il basso, come logica vorrebbe.

Fascia di etàNumero di richieste
Dai 62 ai 63 anni34.610
Dai 63 ai 65 anni47.411
Sopra i 65 anni20.944

Il genere dei richiedenti

Infine, l’ultimo rilevamento riguarda il genere dei richiedenti, con una netta prevalenza di lavoratori di sesso maschile intenzionati a ricorrere a Quota 100.

SessoNumero di richieste
Uomini75.431
Donne27.534

Come si vede chiaramente, per quanto riguarda questa prima aliquota di richieste, le donne sono poco più di un terzo degli uomini.

Una parziale anomalia, forse spiegabile con il perdurare di condizioni di strisciante disuguaglianza nel trattamento delle donne sul posto di lavoro, elemento che rende più difficoltoso per le lavoratrici di sesso femminile il raggiungimento dei requisiti necessari a maturare il diritto di ricorrere al sistema Quota 100 per andare in pensione.

Tuttavia, anche in questo caso sarà opportuno verificare se nel corso dei prossimi mesi la situazione si andrà a riequilibrare.

Chi ha diritto alla pensione sociale

Le novità del 2019

Se la pensione minima rappresenta l’incognita più diffusa per milioni di lavoratori, la pensione sociale – o assegno sociale, come è stata ribattezzata in anni più recenti – costituisce una piccola spina nel fianco di tutto il sistema previdenziale.

Essa infatti, si rivolge alle persone che versano in condizioni economiche estremamente precarie e a coloro che nel corso della loro vita non hanno maturato il diritto alla pensione, neanche di modesta entità, e dunque non possono accedere alla pensione minima.

In altre parole, chi ha diritto alla pensione sociale si trova in condizioni di semi-indigenza o di assoluta povertà e non possiede gli estremi per riscuotere la normale pensione di anzianità.

Che contributo è previsto per queste persone?

Per queste persone, è previsto un contributo stimato attorno ai 453 euro mensili per 13 mensilità. Tuttavia, la manovra economica prevede una revisione di questi margini temperata dal calcolo dell’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente), che tiene conto di eventuali guadagni (pur minimi) del beneficiario, oltre a rendite, proprietà e ulteriori patrimonializzazioni (ad esempio buoni del Tesoro o altri titoli).

Pertanto, non è in discussione il diritto alla pensione sociale in sé, quanto piuttosto la verifica della sussistenza di effettive condizioni di necessità.

Va inoltre aggiunto che l’introduzione del reddito di cittadinanza impone giocoforza una revisione delle competenze dei due contributi, onde evitare che un cittadino possa avere la possibilità di beneficiare di entrambi nello stesso tempo.

In quale paese ti piacerebbe vivere una volta in pensione, e perché?
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Pensione di reversibilità: le ultime novità

Anche per quanto riguarda le norme che regolano il diritto alla pensione di reversibilità – ovvero le pensioni versate a beneficio dell’erede più prossimo a seguito della morte del titolare di una pensione INPS – ci sono delle novità introdotte dalle ultime riforme.

Bisogna però sottolineare come queste non siano così radicali come quelle che caratterizzano le pensioni minime.

Le categorie parentali

Ricordiamo che tra i beneficiari di reversibilità figurano le seguenti categorie parentali:

  • Coniuge, anche se separato (purché titolare di assegno di mantenimento e non risposato);
  • Figli e affini (ad esempio nipoti a carico), purché di età non superiore ai 18 anni oppure con condizioni di inabilità permanente al lavoro;
  • Genitori a carico, purché di età superiore ai 65 anni e non titolari di pensione;
  • Fratelli e/o sorelle a carico, purché inabili al lavoro e non titolari di pensione.

In genere, l’ammontare della pensione di reversibilità si attesta intorno al 60% della pensione del defunto.

Tuttavia, la legge prevede che per le pensioni il cui ammontare superi il triplo del trattamento minimo, l’aliquota diminuisca.

Diritto alla pensione infografica

E considerato che il trattamento minimo è salito da 507 a 513 euro mensili, anche tale soglia si è elevata di concerto, passando da 1521 a 1539 euro mensili.

Uno scarto solo apparentemente marginale, ma che finisce per includere tra chi ha diritto alla pensione di reversibilità con aliquota al 60% un numero considerevole di cittadini, con evidenti ricadute sulle casse statali.

Quale tra questi servizi finanziari hai attivato o vorresti attivare per garantirti un tenore di vita dignitoso una volta andato in pensione?
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Francesca Lombardi / Caporedattore
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Commento: 2
  1. Tullio

    Salve. Sono nato nel 1953, ho 20 anni di contributi versati e un’invalidità. Tra quanto vado in pensione?

    1. Francesca Lombardi (автор)

      Salve Tullio. La legge ad oggi prevede che si percepisca la pensione di vecchiaia a 67 anni, previo il versamento di 20 anni di contributi. Quindi il 2020 sarà l’anno della pensione per i nati nel 1953 a condizione che soddisfino i requisiti necessari. Nel suo caso la situazione è più delicata e particolare. Le consigliamo pertanto di rivolgersi alla sua sede INPS per ottenere le informazioni esatte e sapere come procedere.

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